Impara e condividi!

Dopo qualche giorno sono riuscita finalmente a vedere la seconda parte del progetto #CRAFTSTECH e che potete trovare in differita Qui che riguarda le reti e i distributori.

Uno spunto molto interessante che è venuto fuori da questo incontro è qualcosa in cui io credo molto: condividere!

Ve la spiego meglio, in questa società iper egoista e dove ognuno pensa al suo orticello, quello che io vorrei cambiare e fortunatamente molte altre persone la pensano come me, è proprio questa attitudine!

Per esperienza so che lavorare insieme arricchisce tutti i partecipanti, apportare idee e conoscenze ad un progetto non solo fa bene a quello in corso ma anche ai successivi dando spunti ed ispirazioni a cui magari non avremmo mai pensato lavorando da soli!

La parola d’ordine in un mondo più giusto è Open source ovvero chiunque può e deve dare un contributo agli altri sottoforma di scambio culturale gratuito. Quindi imparare, studiare, formarsi e poi progettare, disegnare, creare e condividere! Scambiare opinioni ed esperienze non tenerle per sè, così apriremo le nostre conoscenze, la nostra mente e il nostro lavoro al mondo!

La domanda allora sorge spontanea, come posso condividere qualcosa che ho fatto, magari con tanto sforzo e magari tempo e soldi, gratis?!

E se vi dicessi che essere copiati fa parte del successo stesso?

Il successo non è solo quello economico ma anche il riconoscimento del proprio lavoro!

E da un lato il rischio di venir copiati è parte integrante del lavoro creativo, nel momento in cui mostri un prodotto chiunque sappia più o meno fare quello che fai, può copiarti! Quindi meglio puntare a vendere l’idea anzichè il prodotto!

Meglio creare un significato più profondo, che non sia solo un prodotto ma che sia un’esperienza, che identifichi la tua storia, i tuoi valori. Chi sceglie te e quello che fai, ti sceglie per tutto quello che rappresenti!

Nel mio caso per esempio, in molti sono in grado probabilmente di rifare quello che faccio, però io come vi ho già detto in altri articoli, uso tessuti recuperati da altri capi d’abbigliamento o regalati da persone che credono in quello che faccio, recuperando anche cerniere, ganci e altri accessori, o quando compro cerco di farlo da negozi ed aziende che hanno difficoltà. Per non parlare dei lavori che creo con la plastica recuperata pulendo la spiaggia!

Chi sceglie me sa che sta comprando un prodotto unico, fatto a mano e con amore e cosa più importante mi piacerebbe far capire attraverso i miei lavori che un tipo di moda più verde e sostenibile non solo è possibile ma è necessaria per chiunque!

Ho avuto una cliente tempo fa, che mi ha chiesto di reinventare il vestito di sua nonna per poterlo indossare. Ovvio che quello che le ho dato attraverso il mio lavoro era molto più di un vestitino, e anche se avrebbe potuto comprare qualcosa di più economico in un negozio di fast fashion, indossare una versione più moderna di un vestito di sua nonna le ha dato molta più emozione e soddisfazione di qualunque abito cheap fabbricato in un Paese del terzo mondo sfruttando un bambino.

Per questo vi invito a trovare la vostra identità, la vostra strada e gli strumenti più adatti e soprattutto di cercare qualcuno con cui studiare e crescere artisticamente e a condividere con il mondo le vostre esperienze!

E pensate più a fare cose che vi piacciono, non solo a fare quelle che vendono, prima di essere consumatori o produttori siamo ancora persone!

Valiamo molto più che la nostra produttività!

Artigianato e tecnologia

Oggi c’è stata la prima parte del progetto #CRAFTSTECH organizzato da Distributed Design sul tema della tecnologia nel mondo dell’artigianato.

È stato molto interessante e d’ispirazione, e come ogni conversazione tra persone competenti e stimolanti come quelle che hanno partecipato, ha dato vita a delle riflessioni che vorrei condividere con voi.

Se la tecnologia nel mondo occidentale è data per scontata, l’artigianato è un’urgenza

Spesso si pensa che la tecnologia sia nemica o antagonista dell’artigianato e si ha ancora l’idea che l’artigiano sia una persona che non ha studiato, che lavora manualmente e magari in maniera quasi approssimativa.

Invece per fortuna non è così!

Oltre ad essere una persona che ha dedicato tempo e competenze ad una passione, trasformandola in lavoro, l’artigiano si è evoluto nel tempo. L’artigiano moderno usa la tecnologia come strumento per il suo lavoro, per esempio una delle sue applicazioni è nella ricerca e sviluppo di nuovi materiali!

Oggi riusciamo ad ottenere tessuti e materiali plasmabili dagli scarti di caffè, o dalle bucce della frutta o addirittura un cuoio vegano ottenuto dalla fermentazione della Kombucha o da un fungo!

E come possiamo immaginare, questi tessuti oltre ad essere interessanti dal punto di vista del design sono anche green, sostenibili ed innovativi e questo ci piace!

La tecnologia aiuta l’artigiano, portando ad un livello più alto il lavoro manuale che continua ad essere la parte fondamentale. I materiali tecnologici e i processi computerizzati, come la stampa 3D o la robotica oggi sono molto inportanti e anche se non sostitueranno mai l’uomo, sicuramente sono uno strumento quasi necessario per l’artigiano moderno. Del resto, “il programmatore del robot è un artigiano!

Il mestiere è composto dalla tradizione accumulata, lo mantiene vivo l’orgoglio individuale, lo rende esatto l’opinione professionale e, come nelle arti più importanti, lo stimola e sostiene l’elogio competente.

Oggigiorno purtroppo, molti oggetti prodotti industrialmente sono spacciati per artigianali e questo compromette il nostro lavoro. Ma allora come riconosciamo un buon lavoro artigianale da uno industriale? La risposta non è semplice perchè fino a ieri avremmo potuto dire che il lavoro manuale non è “perfetto” come quello industriale ma questo sembra sminuire l’artigianato. Invece questa imperfezione dev’esser vista come unicità!

Il lavoro artigianale non potrà mai essere sostituito ma integrato! Si distingue dall’industriale non solo dai processi produttivi ma anche dall’apporto fondamentale della componente umana, l’ingegno, la fantasia, la creatività e la manualità che solo l’essere umano può metterci, e che lo distingue dal “fatto in serie”.

Laura Miguel Bauman, Vicepresidenta de World Crafts Council en Europa, Guillem Camprodon, Director de Investigación de Fab Lab Barcelona, Óscar Tómico de ELISAVA, Anastasia Pistofidou de Fab Lab Barcelona, Felipe Fiallo, Toni Cumella de Ceràmica Cumella y Juan Pablo Quintero de Medio Design

L’artigianato va considerato come quello che è: cultura!

La cultura di un popolo viene trasmessa attraverso i manufatti e le lavorazioni, pensiamo agli oggetti, all’abbigliamento o ai gioielli che ci sono arrivati attraverso il corso della Storia e che ci hanno permesso di conoscere le abitudini e gli usi di popoli lontanissimi da noi!

Personalmente mi ha sempre affascinato pensare che l’uomo preistorico dopo aver assecondato l’esigenza di coprirsi per proteggersi dal freddo e dall’ambiente abbia cominciato a decorare il suo corpo e i suoi accessori e questa ricerca della bellezza è una spinta che dall’era dei tempi ancora ci accompagna e che spero non smetteremo mai di perseguire adeguando il lavoro ai nostri tempi!

Pensiamo a quanto sia incredibile infatti che persone da tutto il mondo siano in grado di comunicare e condividere tante esperienze e conoscenze simultaneamente, attraverso una rete globale che ci connette in un presente in cui siamo costretti alla distanza fisica! Dovremmo tutti approfittare delle possibilità che ci regala oggi internet e di quanto lontano può farci arrivare!

Non vedo l’ora di partecipare all’incontro di domani sul tema delle reti e la distribuzione!

Recycling is good!

Oggi vi mostro un altro lavoro di recycling ovvero di cosa si può fare con capi ed abiti di seconda mano.


Questa è una borsetta molto semplice, un rettangolo con una zip e un laccio per portarla a mano con una spilla applicata.

Tutti gli elementi che la compongono erano parti di altri capi che ho staccato, tagliato, mischiato e cucito insieme!

La base rettangolare è ricavata da un pantalone militare che mi hanno regalato, la zip da una borsetta troppo rosa per i miei gusti e il laccio è stato tagliato da un cappuccio.

La spilla invece è uno dei mie lavoretti creativi preferiti e anche di quelli più venduti. È ricavata da tanti rettangoli di stoffa diversa, jeans, seta, cotone ecc piegati e cuciti insieme sulla base di una spilla, per dargli l’aspetto di un farfalla! Ovviamente le possibilità sono infinite sia per materiali che per colori! Queste sono solo alcune di quelle che ho creato che possono essere messe su un cappotto, o una sciarpa o addirittura possiamo creare delle composizioni mettendone diverse vicine e soprattutto sono così semplici che potete provare a farle anche se non avete competenze di cucito!

Per alcune sete che ho usato ho fatto pima un bagno in acqua e colla di pesce (ma si può usare anche quella vinilica) perchè mi piaceva l’effetto sfilacciato ma per evitare che si disfacessero durante la creazione ho provato questo metodo.

Potete aggiungere anche perline bottoni o quello che vi pare!

Pensate che io ho usato anche delle cravatte che avevo, anche queste fatte a pezzetti, dopo averne usate alcune per farne collane!

O ti formi o ti fermi!

Ormai da mesi ci sentiamo ripetere che questa pandemia sta creando una profonda crisi in quasi tutti noi, che sia di tipo economico, sociale o psicologico. Certo non è affatto facile affrontare il quotidiano con l’angoscia del futuro, che oggi più che mai è incerto e non si sa bene da dove partire per ri/cominciare.

Quando si parla di “crisi” mi vengono in mente due cose, una è l’origine della parola:
Dal lat. crisis, dal gr. krísis ‘scelta, decisione’ sec. XIV.
L’altra cosa a cui penso è questa citazione di uno degli uomini a cui l’umanità deve di più, Albert Einstein:

“La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera se stesso senza essere “Superato” “.


Messi insieme questi due concetti mi ispirano questa riflessione, una crisi non è altro che un momento, più o meno complicato, più o meno dipendente da noi.
Ma quello che senza ombra di dubbio dipende da noi è scegliere, decidere cosa farne di questo momento che la vita ci regala. Possiamo rimanere nel nostro piccolo orticello e magari piangerci addosso o possiamo decidere di approfittare di questo momento per cambiare strategia di marketing o per studiarne una, possiamo imparare qualcosa che non sappiamo, o riprendere qualcosa che abbiamo lasciato, oltre a finire e/o pianificare mille altri progetti che sono sicura anche voi abbiate in serbo o chiusi in quel famoso cassetto.


Perchè ricordatevi che la crisi finirà prima o poi e chi sarà stato furbo sarà pronto per ricominciare alla grande, gli altri staranno ancora raccogliendo i cocci del loro periodo “di crisi”.

Ora ovviamente questo non vuol essere un discorso esistenziale, ma un semplice consiglio.
In questo momento è facile venire colti dalla depressione e dallo sconforto e sono le cose che io cerco di combattere quotidianamente perchè la tentazione di lasciarsi andare è forte, ma per esperienza personale so che poi è ancora più difficile ripartire se ci facciamo abbattere dalla pigrizia.


Quindi forte del mio consiglio oggi mi sono messa a cercare dei corsi di disegno online e ho trovato il canale di Arteperte su youtube e ho ricominciato a disegnare!

Riprendere in mano la matita dopo tanto tempo non è affatto facile ma solo la pratica aiuta e di certo il tempo libero non mi manca!

Questi sono dei bozzetti che ho fatto per mettere su carta delle idee per il progetto di restyling di cui vi parlavo nell’ultimo post, ma ho intenzione di lavorarci su e migliorarli per poi farne un mini book che può servirmi come ispirazione e che posso sempre aggiungere al mio portfolio!

Ma la formazione non è solo pratica, si può anche studiare o approfondire tematiche che ci stanno a cuore come per me è l’economia sostenibile, la moda etica e circolare. Sto studiando infatti degli articoli e dei report sull’economia sostenibile e riguardo questo argomento, ho trovato un evento online interessante!

il 10 e 11 dicembre la piattaforma #distributeddesign insieme a Consorci de Comerç, Artesania i Moda e Fab Lab Barcelona organizza una due giorni dedicata all’artigianato e alla progettazione distribuita per una produzione sostenibile.
Si fa prima a farlo che a dirlo!
È in spagnolo (la cosa bella di parlare 3 lingue e mezza è che veramente hai milioni di porte aperte in più!) ma se siete interessati cercate #CRAFTSTECH.


Ho anche adocchiato un corso di modellistica industriale, sempre online, sempre gratuito, sempre in spagnolo, sponsorizzato dal governo spagnolo e dal SEPE che partirà probabilmente nei primi mesi del 2021 quando spero di essere tornata a casa a Tenerife!

Come vedete se anche io, pigra e abbastanza ignorante con la tecnologia sono riuscita a trovare tante iniziative, potete riuscirci anche voi, basta solo darsi da fare e cercare!

Non abbattersi e cercare un appiglio o un aiuto per guardare al futuro con speranza e con forza, abbandonando paure e confort zone! Del resto abbiamo solo una vita e dobbiamo cercare con tutte le forze di farne un capolavoro!

Fatemi sapere voi cosa state studiando di nuovo o approfondendo di cose che già avevate cominciato ad apprendere, sono sicura che lo scambio di informazioni e supporto sia una ricchezza per tutti!

Restyling!

In genere ho sempre 3 o 4 progetti cominciati e in diverse fasi di lavorazione perchè mi annoio presto e voglio cambiare e a volte mentre sto facendo qualcosa mi si accende una lampadina e capisco come risolvere un problema che mi si era presentato con un altro progetto quindi mollo tutto e corro a provare! Oppure ho lavori come i quadretti al punto croce che posso fare mentre guardo la tv e altri come i cartamodelli che richiedono attenzione e luce, cose che scarseggiano dopo un certo orario!

Uno dei progetti fra un lavoro e l’altro è qualcosa di molto creativo e che mi ha fatto letteralmente decollare la fantasia e che mi aiuta a sviluppare nuove idee e ispirazioni che poi riutilizzo anche per altro.

Questo è un vestito di tessuto pes setificato, di una taglia grande e dal taglio piuttosto semplice, manica 7/8 e lunghezza al polpaccio. La fantasia è un passepartout, disegni concentrici bianchi e verde acqua su uno sfondo blu scuro.

Fa parte della mia collezione di vestiti di seconda mano che amici e conoscenti mi hanno regalato negli anni per darmi la possibilità di riutilizzarli e dargli una nuova vita, ed è proprio questo il concetto del restyling. Chiunque di noi ha l’armadio con degli indumenti simili, che non ci piacciono più ma che non vogliamo buttare, vero? Oggi vi propongo delle idee per riutilizzare i vostri capi in maniera creativa!

Io ho avuto diverse idee, alcune più semplici che potrebbe mettere in pratica anche chi non sa cucire tanto bene! Se la taglia vi va bene ma volete solo dargli un tocco più personale o moderno, armatevi di perline e CRATE! Basta un filo di cotone o di nylon e tanta fantasia, potete semplicemente seguire i disegni o riempire gli spazi con le paillettes o dargli un tocco punk scrivendo con fili colorati frasi o disegni forti! Potete aiutarvi anche con un telaio circolare per tenere in tensione il tessuto!

Un’altra idea semplice, e che può essere replicata anche su una camiciona magari del babbo o rubata al fidanzato è tagliare l’abito a metà, in senso orizzontale più o meno all’altezza della vita, dipende dai gusti, il taglio può essere sotto il seno, così avrete un top molto sexy e una gonna più lunga, o una via di mezzo! Dovrete poi cucire un elastico sia nel top sia in quella che adesso è diventata una gonna! Quest’operazione richiede un minimo di competenze nel cucito e una macchina da cucire. Ciò non toglie che potete aggiungere anche un secondo tessuto fra le due metà in modo da allungare ancora di più il vestito che poi potrete indossare con una bella cinturona in vita o senza! Anche in questo caso bastano due cuciture!

Se siete un po’ più esperti potete modificare le maniche, toglierle o sostituirle con un altro tessuto e magari ricavare una bella fascia per capelli con il tessuto che avanza. O una sfida ancora maggiore (e quindi più soddisfacente) sarebbe quella di ricavare un pantalone usando questa stoffa, basterà stare attenti con il drittofilo, adesivare il cinturino, aggiungere una zip e un bottone!

Ma se il capo che volete modificare proprio non è di vostro gradimento potete sempre farlo in tanti rettangoli e ricavarne tante pochette o borse a sacchetto!

Insomma le possibilità sono veramente infinite! Mi piacerebbe vedere cosa avete in mente e come sono venuti i vostri progetti e se avete bisogno di una dritta non esitate a contattarmi!

Io, sempre se non mi faccio distrarre da altri 1000 progetti, vi mostrerò il mio anche se è abbastanza ambizioso ma del resto senza sfida non mi diverto! E no niente spoiler!

Rifiutarte

Una delle cose che più mi manca della meravigliosa isola dove vivo da quasi tre anni e da cui sono lontana da luglio, è il mare ovviamente, in tutte le sue forme.
Fra le buone abitudini che avevo, una era quella di unire l’utile al dilettevole ovvero mentre passeggiavo in spiaggia o chiacchieravo con un amico in un campo di fiori, ripulivo dai purtroppo innumerevoli rifiuti la natura intorno a me.
Non so quanti kg di mozziconi avrò raccolto e buttato, purtroppo nell’indifferenziato (chissà forse ci sarà qualche modo per riutilizzare anche quelli, tipo farli bollire, farli asciugare e usarli come imbottitura {non ci ho mai provato ma se qualcuno l’ha fatto che mi faccia sapere}) ma il tipo di rifiuto più frequente che ho trovato, è senza dubbio la plastica.
Purtroppo la maggior parte delle volte l’azione delle onde e del vento e lo sfregamento con roccia e sabbia rompe i pezzi di plastica in parti sempre più piccole, fino a formare le terribili microplastiche, molto difficili da raccogliere ma molto facili da ingerire per i pesci e gli altri animali marini.
Penso che ognuno di noi abbia visto prima o poi le foto di uccelli marini e pesci morti con lo stomaco pieno di microplastiche, addirittura anche balene e altri grandi mammiferi marini sono stati ritrovati con diversi kg di plastica nello stomaco.
Tutto questo è molto triste, ma per ma ha rappresentato anche una grande ispirazione ed occasione!

C’è stato un momento (durato mesi) in cui vedere tutta questa plastica anche in cima ad una montagna o nel mezzo del niente, seguita dalla cementificazione massiccia che hanno fatto delle coste e della natura a Tenerife, mi faceva stare molto male. In più lavoravo per una piccola azienda che pretendeva di fare moda ecologica, ma prendendo stoffe dal Giappone, quindi con un’enorme impatto ambientale, oppure dove la produzione era incredibile, facevano centinaia di magliette e gonne e vestiti ma non ne vendevamo una e tutte le mie idee “green” venivano sistematicamente ignorate e stravolte da una capa dispotica e completamente ignorante in materia, sia ambientale che commerciale. Tutto questi imput negativi mi stavano buttando giù, fino a che mi sono licenziata da quel lavoro frustrante, ho cambiato abitudini e ho cominciato a dedicarmi a me e a quello che mi importava veramente e il bisogno di creare ha dato vita a queste creazioni.

L’idea di fondo è stata “Come posso usare questo materiale per comunicare, per sensibilizzare al tema per me importantissimo del consumo eccessivo di plastica e del rispetto per il mare, la spiaggia e chi abita questo ambiente?”
Ed ecco qua che un giorno questa esigenza ha preso forma in questi “pannelli”, su una base di juta ho ricamato i pezzi di plastica, unendo fili di cotone o di alcantara, abbellendo con perline e paillettes, nastri e pezzi di tessuto. Ho usato anche pezzi di legno, piccoli sassi o piccole conchiglie ma in maniera parsimoniosa perchè il materiale organico è meglio lasciarlo lì!

La libertà che ho provato nel creare questi lavori è stata immensa e mi ha ripagata di tutta la delusione accumulata, c’era una specie di incantesimo che capitava in quei momenti, non mi sembrava di essere io a creare ma che fossero già creati e che io stessi solo scoprendo quello che c’era. Ovviamente senza paragonarmi a lui ma mi ricordava un po’ il concetto di Michelangelo del levare per il quale il blocco di marmo andava scolpito affinché potesse liberare la statua che vi era imprigionata dentro. 

Per me era così, quel disegno c’era già, io lo stavo solo liberando! Non ho mai pensato ad una funzione pratica per questi pannelli anche se certamente potrei inserirli o adattare questa idea in altre creazioni sartoriali ma per ora sono “solo” un ottimo sfogo creativo, sperando vivamente di rimanere senza questa materia prima!

Se volete contribuire ad un oceano pulito e ad altre iniziative ecologiste vi consiglio di visitare https://theoceancleanup.com ed ovviamente https://www.greenpeace.org anche se un ottimo modo per aiutare il pianeta è ridurre i consumi e gli sprechi, fare scelte più consapevoli, reciclare i rifiuti o semplicemente armarvi di buste, pinze e guanti, fare una passeggiata e raccogliere tutto ciò che in natura non dovrebbe esserci!

Settimana nera seconda parte!

Il secondo appuntamento importante di questa settimana è quello di venerdì, talmente nero da essere conosciuto universalmente come Black Friday, anche se per me è “nero” in senso negativo mentre il significato originale probabilmente deriva dai libri contabili che passavano dal rosso (quindi in debito) al nero (quindi in guadagno) grazie alle promozioni che attiravano tantissimi clienti per l’inizio della stagione dello shopping natalizio.
Dall’America siamo riusciti ad importare anche questa tradizione che non ci appartiene, grazie al fantastico mondo del capitalismo, dove evidentemente pur di vendere va bene tutto!

Ma se si tratta di un giorno (che diventa anche un weekend o una settimana) di sconti e promozioni , come mai per me (e non solo) è così negativo?
Come provo a spiegare nei miei post ma anche nei miei lavori e in tutto ciò che faccio, il vero problema di questa società è comprare anche se non ne abbiamo bisogno, comprare al prezzo più basso possibile, fregandocene del perchè il prezzo sia così basso, fregandocene delle persone che ci sono dietro quel lavoro e fregandocene dell’impatto che questo consumismo spinto ha sulla natura e su tutto ciò che ci circonda.


Anche se molte mie colleghe e colleghi che si occupano di artigianato seguono questo trend, vorrei ricordare che dietro ad un lavoro fatto a mano, fatto lentamente e per bene c’è una persona che investe le sue ore, la sua passione, gli studi e le competenze nella realizzazione di quell’oggetto e che quindi tutto questo non può essere scontato, non può essere ridotto ad una promozione stagionale dettata da stimoli che poco hanno a che fare con il rispetto del lavoro altrui.
A maggior ragione, anche dietro allo shopping compulsivo nei negozi di abbigliamento, c’è un’assoluta mancanza di consapevolezza, nessuna coscienza, nessuna etica.

Quello che vorrei che cercaste di fare quest’anno (ma anche per ogni acquisto che fate) è prima di tutto chiedervi se veramente ne avete bisogno o se sarebbe un acquisto per noia o per accumulare altri vestiti che non metterete, poi se la risposta è si, fare una lista di quello di cui avete bisogno e di dove pensate di comprarlo.
Perchè non cercarlo in un negozio di seconda mano o un mercato dell’usato?
Sapete che ci sono diverse app e anche mercatini online dove molte persone mettono in vendita i propri vestiti in buone o addirittura ottime condizioni (un’idea svuota armadio!) ma che semplicemente non mettono più e preferiscono vendere?
Un’idea in più, buona da molti punti di vista, oltre a quello del consumo sostenibile, potrebbe essere quella di organizzare uno swap party con amici e amiche dove oltre a passare del tempo di qualità migliore rispetto allo shopping sfrenato in negozi pieni di gente che sgomita e personale esausto, potrete scambiarvi i vestiti o gli accessori che non usate più ma che la vostra amica, o l’amico dell’amica potrebbe invece trovare adorabile!
O ancora quello che hai nell’armadio e che non metti più potrebbe aver bisogno solo di un piccolo intervento creativo per tornare ad una nuova vita! Ricami, colori, perline, patch, interventi sartoriali anche semplici ma sicuramente d’effetto!
Se proprio non volete o non trovate l’abito dei sogni in questi modi, preferite negozi che abbiano un profilo etico trasparente, che non vendano marche che sfruttano la manodopera in paesi del Terzo Mondo, non usino prodotti pericolosi per la salute nella confezione o nelle altre fasi della lavorazione dei prodotti. Per trovare le marche “giuste” può aiutarvi l’app ecoFASHION ma ci sono anche tantissimi gruppi e siti che consigliano prodotti certificati bio o vegan o sostenibili tra i quali https://dressthechange.org/.

Per avere un’idea più ampia di cosa sia e come riconoscere la moda etica e sostenibile vi consiglio di seguire il sito del movimento globale Fashion Revolution (https://www.fashionrevolution.org )che aiuta i lavoratori della filiera tessile e ottiene impegni concreti da parte dei brand di moda ad essere più trasparenti e rispettare i diritti fondamentali dei lavoratori, da guadagni dignitosi a condizioni di lavoro più giuste, al rispetto dell’ambiente e degli animali,

Settimana nera

La settimana che è appena cominciata ci porta due appuntamenti molto importanti dal punto di vista emozionale e dell’impegno.
Il primo è il 25 novembre, cioè la Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne.
La violenza di genere e il femminicidio sono dei temi molto importanti su cui purtroppo c’è ancora molta ignoranza e molti pregiudizi.
In una società maschilista, misogina e patriarcale come quella in cui viviamo, molte persone giustificano gli atteggiamenti violenti degli uomini verso le donne arrivando perfino a dare la colpa alle vittime per ciò che hanno subìto.
Purtroppo la violenza non è solo fisica, ma è anche e più diffusamente psicologica, il controllo economico, il divieto di uscire o di lavorare o di frequentare altre persone, il controllo ossessivo che sfocia anche in stalking, il cat calling, le molestie sul lavoro e in generale qualsiasi tipo di abuso commesso contro una donna per via del suo genere e qualsiasi gesto fatto contro di lei, atto ad umiliarla o diffamarla come la pratica abominevole del revenge porn, ovvero diffondere immagini e video sexy di una ragazza senza il suo consenso.
Anche le violenze contro i figli della donna rientrano nell’ambito della violenza di genere, la cronaca anche recente purtroppo ci riporta casi di infanticidio in cui gli uomini confessano di compiere il terribile gesto per far soffrire la moglie che voleva separarsi o che aveva già ottenuto il divorzio.
Tutto questo ha un filo comune, la convinzione radicata nella nostra cultura e assolutamente errata che la donna sia di proprietà del suo compagno, fidanzato, padre o uomo di turno che sia.
Dobbiamo fare ancora tanta strada per debellare questo concetto e tutti i comportamenti riconducibili alla visione maschilista che ancora oggi affligge questa società, basta guardare certi articoli di giornale su episodi di stupro o di femminicidio per capire quanto distorta sia la visione delle cose, e di chi sia la responsabilità e la vera ed unica colpa delle violenze, ovvero mai della vittima ma solo e sempre dell’uomo che le usa qualsiasi tipo di violenza.
Bisogna fare un enorme lavoro sull’educazione di genere e magari anche sull’educazione sessuale nelle nuove generazioni e parlare delle violenze in maniera chiara senza retorica e con un linguaggio corretto, cominciando dalla scuola, passando dalla stampa e in ogni campo sociale ed educativo.
Quest’anno partecipare alle iniziative fisiche come cortei ed incontri è difficile visto che molte regioni sono in prescrizione per via del pericolo di contagio da Covid-19. Fra le iniziative online alcune mi sono sembrate particolarmente interessanti come quella organizzata da Gio, l’ osservatorio Interuniversitario sugli Studi di Genere delle università di Roma, organizza un corso di aggiornamento/formazione che affronta le tematiche relative alla violenza di genere contro le donne che è possibile seguire sul sito unire.unimib.it fino a martedì 15 dicembre.
Mentre il movimento Non una di meno organizza manifestazioni in diverse piazze italiane e non solo:
“Il 25 e il 28 novembre ci mobilitiamo perchè abbiamo un Piano femminista e transfemminista contro la violenza patriarcale e pandemica. Saremo nelle piazze di molte città italiane, saremo on line e off line, con azioni, presidi e flashmob perché la posta in gioco non è soltanto la gestione dell’emergenza, ma la riorganizzazione della società che ci aspetta dopo la pandemia.”
(per ulteriori informazioni vi rimando alla loro pagina https://www.facebook.com/nonunadimeno )

Un aspetto infatti molto importante è che questa pandemia ha fatto lievitare i casi di violenza domestica, stupri e femminicidi, ha aumentato le disparità salariali e ha visto crollare le possibilità per le donne di lavorare, infatti moltissime hanno dovuto rinunciare a tornare a lavoro o a fare un orario ridotto per restare a casa, spesso incoraggiate se non obbligate dai datori di lavoro o dai compagni.
Come sostenitrice delle organizzazioni e delle iniziative contro la violenza sulle Donne, ho deciso di partecipare come “craftivista” con alcuni dei miei lavori a tema femminista e destinando parte del ricavato delle vendite all’ong Differenza Donna (https://www.facebook.com/ongdifferenzadonna) che da decenni aiuta le donne vittime di violenza e si occupa di programmi di formazione ed educazione anche nelle scuole.

Vi invito a visitare il loro sito per conoscere le molte iniziative e per sotenerle come potete, mentre se volete comprare un mio quadretto potete mandarmi un messaggio

Craftivism

Con questo termine, preso in prestito dalla lingua anglosassone si intende l’attivismo politico, sociale ecc fatto attraverso dei lavori manuali e/o creativi.

Sono convinta, per esperienza personale, che creare un oggetto con le proprie mani sia un’ ottima valvola di sfogo e anche un’ottima maniera per comunicare un messaggio, anche socialmente e politicamente forte che a volte a parole non si riesce a veicolare con la stessa efficacia.

Io per esempio uso il punto croce per creare dei piccoli “quadretti irriverenti” con slogan femministi, o simboli, o motti forti e non convenzionali.
Anche le parolacce posso essere un modo per far passare un messaggio, tutto quello che può produrre una reazione di shock o di entusiasmo o di fastidio insomma, tutto ciò che provoca lo status symbol è ben accetto e fa parte del mio modo di esprimermi, anche artisticamente.

La mia moda per esempio è “diversa”, non fa distinzioni di genere, molti modelli sono “genderless” ovvero non identificabili solo con un genere, o inserisco nei capi slogan e colori che ricordino e supportino la comunità LGBTQ+ o il movimento BLACK LIVES MATTERS.
Anche sotto l’aspetto tecnico cerco di fare la mia parte, produco i miei abiti in taglie reali, ovvero dalla 38 alle 52 ma potrei scendere e salire in base alle esigenze e le richieste.
Ogni corpo è unico e la moda deve mettere in risalto questa unicità, non può e non deve essere esclusiva nè far passare il messaggio che “magro è bello” o almeno che sia l’unica bellezza possibile, ma per fortuna su questo si stanno facendo dei passi in avanti anche nel campo dell’Alta Moda e di tutto il settore del Fashion grazie anche alle iniziative di Body Positivity portate avanti anche da celebrity e tantissime persone comuni.
Per ogni capo che realizzo, cerco di essere ecologicamente responsabile, faccio il possibile per non comprare nuovo materiale ma usando tessuti ed accessori che ho già o che reciclo da altri lavori. Se proprio devo comprare cerco di fornirmi da produzioni dal basso, negozianti che sono in difficoltà o hanno già chiuso le loro attività e cerco anche nella progettazione di sprecare meno risorse possibili, spesso uso carta di giornale o riciclata per i cartamodelli o ne uso il meno possibile, e sto attenta nel posizionarlo sulla stoffa in modo da sprecare meno tessuto possibile anche se mi costa più tempo avere quest’accortezza.

La mia visione del mondo, inclusiva, altruista, ambientalista ed etica guida con forza anche il mio lavoro e sono molto orgogliosa di essere arrivata alla conclusione che non scenderò a compromessi su quelli che sono i miei valori solo per un mero profitto economico, che può sembrare banale detta così ma in questo mondo, in questo momento è una decisione rivoluzionaria.

E come ho crocettato in un mio quadretto irriverente A Woman’s place in the Revolution !

Mi presento!

Mi chiamo Luna, sono una stilista, sarta e modellista e mi occupo soprattutto di moda etica e sostenibile e di divulgare questa filosofia affinchè ogni persona possa fare delle scelte migliori come cittadino e come consumatore.

In questo blog ho voglia di mostrarvi le mie creazioni, i miei pensieri, di condividere con voi articoli sulla fair fashion e sul consumo sostenibile e di rendervi partecipi del mio mondo!

Aspettando una video intervista sulla moda sostenibile nel mio atelier provvisorio