Femminismo e Moda

Da sempre il femminismo si interessa alla moda, ed è facilmente intuibile che la critica maggiore che gli si obietta è quella di oggettivizzare il corpo delle donne.

Purtroppo negli anni lo stereotipo della modella magrissima come unica bellezza possibile e il canone “90 60 90” ha influenzato tantissime ragazze spingendole all’ossessione per il peso e il raggiungimento di una bellezza idealizzata sotto i colpi del bisturi portandole spesso ad avere disturbi alimentari o disforia.

In un’ottica femminista le regole dell’estetica che ci vorrebbero tutte magre, alte, truccate, pettinate, depilate ed ingioiellate non sono altro che un costrutto maschilista per esercitare un controllo sulle donne.

Queste affermazioni aprono le porte ad un acceso dibattito, se la libertà delle donne non si manifesti anche attraverso la cura di sè e del proprio aspetto fisico,anche se naturalmente siamo molto lontane dall’essere accettate dalla società se preferiamo vestire in tuta o non truccarci e il fatshaming è un problema enorme.

Ma pensando a quanto i cambiamenti della moda e del costume siano andati di pari passo con l’emancipazione femminile probabilmente limitarsi a questa critica è un po’ riduttivo.

Basti pensare all’evoluzione dell’abbigliamento femminile, anche se a noi oggi sembra scontato o quasi, le donne indossano i pantaloni da relativamente poco tempo!

La prima donna ad indossare dei pantaloni pubblicamente pare sia stata Amelia Bloomer nel 1818, anche se era considerato immorale e nemmeno le femministe dell’epoca osavano tanto.

Amelia Bloomer 1818

Ma fu solo verso la fine del 1800 che in America vediamo delle donne indossare i pantaloni sotto le gonne al polpaccio o delle gonne pantalone, pensate che il corsetto era stato abbandonato solo nel 1874 anche grazie alla scrittrice Elizabeth Stuart Phelps Ward.

Ricordo però che addirittura fino al 1993 era vietato per una donna entrare in Senato indossando un pantalone!

In Europa non andava molto meglio, anche qui le donne cominciarono ad indossarli solo a fine ‘800 ma solo per motivi sportivi, come andare in bicicletta o a cavallo. Dobbiamo aspettare le due guerre mondiali per vedere le donne indossare i pantaloni, principalmente perchè stavano sostituendo i mariti nelle miniere di carbone o nelle fabbriche e avevano bisogno di un abbigliamento più comodo che permettesse loro di svolgere quei compiti più agevolmente.

Donne a lavoro in una miniera

Nella vita fuori dal lavoro però le cose erano ben diverse e addirittura fino agli anni ’70 (parliamo di 50 anni fa) in Italia, una donna che indossava un pantalone era guardata male ed era considerata immorale!

Pensate che in quegli anni invece in Inghilterra una certa Mary Quant rivoluzionava il mondo della moda e delle lotte femministe “inventando” la minigonna.

Mary Quant icona della Swinging London

Anche questa volta, come è stato per Coco Chanel qualche decennio prima, è proprio una stilista a liberare il corpo delle donne!

Oppure pensiamo ai movimenti femministi come quello di Dolle Mina che proprio fra qualche giorno, 51 anni fa, bruciarono i loro reggiseni per protestare contro il patriarcato e per la parità di diritti fra uomini e donne davanti alla statua di Wilhelmina Drucker, una delle prime femministe olandesi a cui questo gruppo si ispirava.

Le femministe di Dolle Mina

Insomma è vero che quando si parla di un argomento come femminismo e moda potremmo parlarne per giorni ma ricordiamoci che l’abbigliamento è cultura e dall’era dei tempi l’essere umano si veste e decora i suoi abiti per affermare se stesso e se stessa in questo caso!

Quello però di cui io vorrei parlarvi è della lotta femminista che dovremmo unire a quella ecologista, soprattutto nel campo della moda sostenibile visto che l’industria della moda impiega più di 60 milioni di persone di cui l’80% donne e nella maggior parte dei casi sono pagate meno dei colleghi maschi e sono molto più esposte di loro ad abusi sessuali e violazione dei diritti, anche nei Paesi occidentali.

Lavoratrici del settore tessile

Considerando poi che anche la maggior parte dei clienti che comprano moda sono donne, la relazione diventa evidente.

Neanche a dirlo invece a capo delle principali aziende e case di moda ci sono quasi sempre uomini.

Questo rapporto fra donne (in notevole maggioranza ma ai gradini più bassi della scala) sia come consumatrici che come lavoratrici, e gli uomini (in minoranza ma nei posti più alti invece in tutta la filiera), è proprio il rapporto di potere che il femminismo lotta per sradicare.

Questo squilibrio si ha non solo a livello delle aziende manifatturiere e dei terzisti, ma anche a capo delle società di brokeraggio, in vetta alle retails agency e sappiamo benissimo anche a guida dei Paesi che potrebbero cambiare le leggi (o almeno farle rispettare) in materia di ambiente e lavoro e io sono convinta che se come femministe ci unissimo e lottassimo per i diritti di tutte le donne coinvolte nel settore della moda, a tutti i livelli, otterremmo ancora più risultati.

Unirsi per cambiare le cose non è più una scelta ma sta diventando un bisogno obbligato, una spinta motivazionale a fare di più e a fare meglio e chiunque voglia apportare il suo contributo è la benvenuta!

La sorellanza è un sentimento fortissimo e ci porta a fare grandi cose e veramente lottare insieme per i nostri diritti e perchè vengano rispettati crea quel legame e quella lealtà che quasi non troviamo più nella società capitalista e frenetica di oggi e credo che ritrovarlo possa fre bene ad ognuna di noi.

Mi auguro che questo impegno diventi la normalità e anzi spero vivamente che presto non ne avremo più bisogno!

Un mio quadretto irriverente!

Published by lunalaluz

Creazioni sartoriali, pensieri, mare e sabbia sotto i piedi

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